Febbraio 1996. Che l’andata fosse terminata 3-1 per la squadra di Ranieri era un particolare che pareva interessare soltanto alla squadra di Roy Hodgson, determinatissimo a riscattare la partita di due settimane prima e soprattutto una stagione decisamente sotto le aspettative. La Fiorentina arriva a San Siro come se quei novanta minuti di gloria non fossero neppure esistiti. L’approccio risulterà determinante. Ai viola sembra addirittura bruciare ancora il goal segnato da Ganz al Franchi, una disattenzione che poteva costare carissima ad una Fiorentina che aveva disputato una gara praticamente perfetta. Mattatore indiscusso, neanche a dirlo, Gabriel Omar Batistuta, autore di una tripletta e spauracchio della retroguardia nerazzurra, praticamente succube delle sue sfuriate negli ultimi 20 metri. Ma Gabriel quelle tre perle se le era dimenticate praticamente al triplice fischio, non si accontenta e ha ancora fame. Non vuole solo la finale Gabriel vuole la Coppa, la prima dopo tanti anni per la sua Fiorentina.

L’Inter di Roy Hodgson è una squadra potenzialmente convincente, sulla quale nei mesi estivi si era forse fantasticato un po’ troppo: per Hodgson il campionato italiano ha eccessi in cui stenta a riconoscersi, tempi e modi che fatica a capire. Sicuramente non gradisce il ruolo di “osservato speciale” e ben presto le differenze  a livello tattico finiscono col segnare il suo percorso professionale a Milano. La bocciatura di Roberto Carlos fa il resto. 

Senza spocchia ma anche senza paura. Ranieri vuole che sia la sua Fiorentina ad aggredire il campo e la partita, sa che la velocità dei suoi attaccanti e la potenza di Batigol sono le frecce più incisive nella sua faretra e manda in campo una formazione decisamente propositiva provando a mettere in luce la tecnica e lo spunto di Rui Costa, Cois, Baiano. Lassù, sempre lui.

Batigol e Branca ancora una volta faccia a faccia, questa volta però con la maglia di colore diverso. E soprattutto questa volta l’argentino non lo vede nemmeno. Per Branca e per l’Inter del resto, se Batistuta fosse rimasto “El Camion” non sarebbe stata che una fortuna. Le frizioni tra i due iniziano praticamente il primo giorno in cui Bati mette piede a Firenze: si mal sopportano, ti temono, sanno che in squadra c’è posto solo per uno di loro. Branca si affida alla sua tecnica e alla “protezione” della personalità più forte dello spogliatoio, quella di Carlos Dunga ma l’argentino non si tira indietro, e in men che non si dica si prende tutto con gli interessi. Maglia numero 9 e leadership.
C’è posto per un solo Re Leone.

Branca e Batistuta quella sera a San Siro faticano a guardarsi. Li separano metri di campo e di motivazioni. L’Inter davanti al suo pubblico è sicuramente più coraggiosa e organizzata: la partita è viva e tambureggiante, ai viola servirà anche un miracolo di Toldo per ricacciare indietro eventuali cattivi pensieri. Intanto Bati è lì che aspetta. Aspetta il pallone buono, aspetta che la gabbia dei difensori nerazzurri si allenti, si augura quasi che l’Inter presa dalla frenesia di riaprire i giochi si dimentichi di lui. Al 78′ lancio illuminante dalla sinistra, fuga in solitaria sulla destra, settore ospiti e pubblico a casa già in piedi ad aspettare la bomba o il pallonetto. Decide per il tocco di fino Gabriel. Non sbaglia. E’ goal. E’finale.

Questa sera la Fiorentina ha bisogno di un eroe. Di un uomo che non si accontenta mai, nemmeno avesse fatto tre goal. Di un calciatore che non sbaglia, pronto a capitalizzare sempre e comunque quello che la partita gli concede. Senza pensare un attimo a cosa dicono dall’altra parte, alle loro ambizioni, al loro gridare. Ci deve essere solo la Fiorentina. Questa la prima lezione di Batistuta.

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